1861: Risorgimento e antirisorgimento

Discorsi della Biennale - Edizione 2011

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  • 15/04/2011, ore
  • Teatro Carignano
  • Gustavo Zagrebelsky, Paolo Mieli

Il Risorgimento non fu un processo senza contraddizioni e conflitti interni: lo evidenziano il ruolo dei cattolici e i contrasti nel movimento unitario, ad esempio fra Mazzini e Casa Savoia. Paolo Mieli ripercorre la storia dell’unificazione nazionale  mettendo in luce alcuni momenti-chiave che hanno contribuito a formare l’autocomprensione degli italiani.

Archeologia della guerra

Lectio - Edizione 2025

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  • 29/03/2025, ore 19:00
  • Teatro Gobetti
  • Adriano Favole, Luca Misculin

La nozione di “pace†ha un carattere eminentemente moderno, se non addirittura contemporaneo. Nelle società antiche praticare la guerra, cioè prendersi con la forza un pezzo di terra o ridurre in schiavitù un gruppo di persone sconfitte sul campo di battaglia, faceva parte delle normali dinamiche di gestione dei conflitti e delle rispettive esigenze. Quando è nato, allora, il concetto di “pace†per come lo intendiamo oggi? Ci sono stati periodi della storia antica che in qualche modo hanno funzionato da precursori? Che cosa ci raccontano del nostro passato – fatto soprattutto di guerre – i più antichi trattati di pace di cui abbiamo notizia?

Aristotele non abita più qui. L’Europa e la crisi della civiltà

Discorsi della Biennale - Edizione 2015

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  • 28/03/2015, ore 16:00
  • Teatro Carignano
  • Carlo Ossola, Cesare Martinetti

L’unità di tempo, luogo e azione, che Aristotele aveva posto alla base della “riconoscibilità†dell’agire umano, si è spezzata: l’uniformazione rapida degli spazi – “il villaggio globale†– ha comportato una frattura dell’unità temporale. In ogni città d’Europa capita oggi, cambiando quartiere, di cambiare secolo. Pratiche del XXI secolo si giustappongono ad altre del XIII secolo; i paradigmi di visione e di giudizio non sono più omogenei. Come vivere questa dislocazione, come reagire a questo tempo “invertebratoâ€?

Cento anni dalla grande guerra

Dibattiti - Edizione 2015

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  • 27/03/2015, ore 10:00
  • Cavallerizza Reale
  • Francesca Masoero, Giovanni De Luna

Come si è evoluta la guerra nel tempo e com’è cambiato il modo di combatterla, dalla Prima guerra mondiale a oggi? Quali le ripercussioni sulle società? Una riflessione sul tema della continuità e della discontinuità segnate dalla Grande Guerra rispetto alle guerre contemporanee: dalla trincea all’uso della tecnologia e di Internet per compiere attacchi mirati e sofisticati, a partire da quello alle Torri Gemelle del 2001 e dalla strage alla stazione di Madrid del 2004.

Come finiscono le guerre

Dialoghi - Edizione 2025

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  • 26/03/2025, ore 16:30
  • Teatro Carignano
  • Alessandro Barbero, Manuela Ceretta

Che cosa porta alla fine di una guerra: le vittorie sui campi di battaglia? La diplomazia (nelle ambasciate e nei salotti)? Le lotte pacifiste? O, più semplicemente, il caso? Siamo soliti osservare guerra e pace sotto lenti diverse: la guerra come destino ineluttabile; la pace, invece, come compito. Perfino il pensiero utopico non ha rinunciato alla guerra: e così società immaginarie, inventate a tavolino con un tratto di penna, vedono risorgere (contro ogni logica apparente) i conflitti armati.
Sembra insomma che, da secoli, riteniamo la guerra inevitabile: eppure ogni sua ricomparsa – l’ultima volta tre anni fa – ci lascia stupefatti, sotto shock. Come interpretare questo nostro insieme, in apparenza paradossale, di ingenuità e fatalismo? Uno storico militare risponde alle sollecitazioni di una storica dell’utopia, provando a delineare come sia cambiato, nel tempo, il nostro approccio alla guerra e alla pace.

Come Mussolini inventò (anche) il populismo

Lectio - Edizione 2023

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  • 26/03/2023, ore 11:00
  • Teatro Carignano
  • Antonio Scurati, Maddalena Oliva

’allarme per un ipotetico ritorno del fascismo, suscitato dall’avanzata delle nuove destre europee a partire dall’inizio del millennio, ha guardato spesso – a mio avviso – nella direzione sbagliata. L’attenzione degli allarmati democratici si è concentrata sui segnali più sinistri e vistosi: riti e gesti identitari (saluti romani, croci celtiche, crani rasati), violenze fisiche, manifestazioni plateali di odio razziale. Si è trattato e si tratta, indubbiamente, di fenomeni inquietanti, spesso criminali, che non devono essere né ignorati né sottovalutati ma esecrati sul piano morale e perseguiti su quello penale. Negli ultimi decenni, però, in Europa e nelle Americhe, una seconda linea di discendenza dalla cultura politica fascista ha generato sulla scena politica contemporanea una filiazione più vasta, numerosa e allarmante. Mi riferisco non ai gruppi di nostalgici dichiarati del nazifascismo – fenomeno di nicchia, sebbene di una ‘nicchia densa’ e pericolosa – ma a quei movimenti e partiti politici di massa, spesso difficilmente riconducibili alle categorie novecentesche di ‘destra’ e ‘sinistra’, che vengono convenzionalmente definiti ‘populisti’ o ‘sovranisti’. Sono questi movimenti e partiti che, pur ripudiando il ricorso alla violenza politica agita sul piano fisico (ma non su quello verbale) e pur muovendosi all’interno delle regole del gioco democratico, manifestano numerosi caratteri ereditari del fascismo novecentesco. La tesi che vorremmo sostenere è, dunque, la seguente: i populisti italiani – ma anche quelli europei e americani – discendono, consapevolmente o inconsapevolmente, direttamente o indirettamente, non dal Mussolini fondatore del Partito Fascista ma dal Mussolini ‘inventore’ del populismo.