Una lotta disperata, ma con molto fair play. SocietĂ  e politica ai tempi del neoliberismo

Lectio - Edizione 2025

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  • 27/03/2025, ore 11:00
  • Aula Magna Campus Universitario Luigi Einaudi
  • Barbara Stiegler, Francesco Gallino

Il neoliberismo non è solo economia: implica anche una precisa concezione della democrazia. Rifiuta la nozione di popolo sovrano. E vede invece la società come competizione. Rispetto alla teoria democratica tradizionale (secondo cui il demos decide sul bene comune) già i liberali classici avevano posto un distinguo: il bene comune è compito dello Stato, mentre il popolo agisce nel mercato, mosso da interessi privati. Il neoliberismo fa un passo in più: rifiuta in toto l’idea di bene comune. E intende il «giusto» solo come equità della gara. Una lotta per la sopravvivenza «tutti contro tutti», dove alla legge (e quindi al kratos: esperti e leader del mercato) spetta solo il compito di dettare le regole.

Una rabbia dorata. Femminismo e strumenti di lotta

Dialoghi - Edizione 2025

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  • 28/03/2025, ore 20:30
  • OGR - Officine Grandi Riparazioni
  • Giulia Siviero, Tamar Pitch, Valeria Verdolini

Quanto fa arrabbiare della vernice rosa su un monumento? Spesso, molto più di ciò che denuncia: femminicidi, discriminazioni, stupri. Siamo abituati a considerare la rabbia negli uomini come un’emozione accettabile, nella forma di «tigna» o «garra». Alle donne è invece interdetta: si chiede loro di reprimerla, di sbollirla. Ma la rabbia è strumento di lotta: unisce, libera energie, favorisce dialoghi. E favorisce una presa di parola pubblica non più solo in quanto vittime: la rabbia è una forza trasformativa. E agisce un cambiamento che coinvolge la società nel suo insieme.

Vagli a spiegare che è primavera. Il carcere tra giustizia e vendetta

Dialoghi - Edizione 2025

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  • 28/03/2025, ore 16:30
  • Teatro Carignano
  • Daria Bignardi, Edoardo Albinati, Valeria Marcenò

Quante persone in Italia sono sottoposte a restrizione della libertà? Negli ultimi trent’anni – mentre calavano furti, omicidi e molti reati gravi – il numero è quadruplicato: da 30.000 a 120.000, di cui più della metà in prigione. Per il carcere sembrano i numeri di un successo. Ogni altro dato – recidive, tasso di suicidi, torture, sino alla disperazione degli agenti – ci dice il contrario: la prigione è un inferno e, quasi sempre, è un inferno inutile. Ma è possibile ripensare la pena? Due scrittori riflettono su colpevoli e vittime, sicurezza e giustizia. E su che cosa le carceri – specchi sporchi, ma affidabili, di ogni società – dicono di noi.

Violenze istituzionali

Dialoghi - Edizione 2025

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  • 28/03/2025, ore 14:00
  • Museo del Risorgimento Sala Codici
  • Adriano Zamperini, Giulia Siotto, Leonard Mazzone

«L’unico modo di vincere la violenza è quello di riconoscerla anche quando non scende e grida in piazza ma si nasconde dietro la de­corosa facciata delle istituzioni che difendiamo». Con queste parole Norberto Bobbio concludeva un articolo significativamente intitolato La violenza di Stato, a poche settimane di distanza dalla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, nel bel mezzo della manipolazione mediatica e dell’azione di depistaggio di apparati deviati dallo Stato in seguito nota come “strategia della tensione”. Cinquantacinque anni dopo, le parole di Bobbio esibiscono un’attualità inquietante, esortandoci a riflettere sul rapporto ambivalente, complesso fra democrazia e violenza, soprattutto quando sono in gioco manifestazioni di dissenso da parte della società civile.

«La memoria è raccogliere ossa». Come si racconta la violenza

Dialoghi - Edizione 2025

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  • 29/03/2025, ore 20:30
  • Cavallerizza Reale
  • Anna Nadotti, Maaza Mengiste

La guerra non lascia tracce solo sul campo. Coinvolge la memoria, costantemente contesa. E segna i corpi. Soprattutto femminili: quando i soldati invadono, una delle prime cose che fanno è violentare le donne. Una presa di possesso che mira a compromettere il futuro, inteso come possibile senso di pace per la comunità. Raccontare una guerra, allora, significa mescolare i tempi. Nel cercare tra documenti dimenticati, o quando esplora i ricordi delle persone (quelli che sono stati loro dettati, e quelli che realmente alludono a ciò che è loro successo), chi scrive non sta solo lavorando intorno alla Storia: guarda al futuro. Coltivando la speranza di un avvenire migliore.